lunedì 31 dicembre 2012

Non è vero? Speriamo

La tavola è imbandita e i parenti chiassosi e ancora sobri vagano per casa in attesa del via ufficiale.
Sul divano, attendendo fritti e misfatti dalla cucina, si fanno bilanci e si stila la wish list per l'anno che verrà.
Gli effluvi del capitone ed il frizzio delle bibite gassate danno un certo stordimento e confondono in una nebbiolina che si impregnerà in ogni fibra tessile, ricordi e sensazioni dell'anno passato.
Per alcuni buono, per altri meno, per tutti passato.
Come vorremmo che fosse il 2013?
Apro facebook e faccio incetta di auguri di ogni sorta, riempiendomi la mente di frasi scontate e originali e penso.
Volo al liceo, a Leopardi e al venditore di almanacchi.
Il mio anno finisce sempre così con la stessa riflessione.

Vend. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Pass. Almanacchi per l'anno nuovo?
Vend. Sì signore.
Pass. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Vend. O illustrissimo, sì, certo.
Pass. Come quest'anno passato?
Vend. Più più assai.
Pass. Come quello di là?
Vend. Più più, illustrissimo.
Pass. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Vend. Signor no, non mi piacerebbe.
Paas. Quanti anni nuovi sono passati dacchè voi vendete almanacchi?
Vend. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Pass. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Vend. Io? Non saprei.
Pass. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Vend. No in verità, illustrissimo.
Pass. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend. Cotesto si sa.
Pass. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Vend. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Pass. Ma se avestge a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Vend. Cotesto non vorrei.
Pass. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita c'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Vend. Lo credo cotesto.
Pass. Nè anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Vend. Signor no davvero, non tornerei.
Pass. Oh che vita vorreste voi dunque?
Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Pass. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Vend. Appunto.
Pass. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascono è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend. Speriamo.
Pass. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass. Ecco trenta soldi.
Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
 (Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, G. Leopardi)


Buon anno a tutti voi*


domenica 30 dicembre 2012

SARLI_ m'apparve

Per uno strambo gioco delle parti, sono sempre io a scrivere di abiti da sogno e da sposa.
Prendiamola per un buon segno.

Stavolta si è trattato di una vera e propria epifania, inaspettata e travolgente come solo un'apparizione divina può essere, Sarli.




Il giorno tanto proclamato per la fine del mondo, venerdì 21.12.12 trafelate tra un evento e un altro, per non tradire il nostro fortunoso e costante mantra "sempre tutto insieme", siamo arrivate all'atelier Harmony Sposa per FUTURE e nell'attesa di partecipare alla performance ci siamo guardate intorno.
Sale ampie e sofisticate accoglievano pochi abiti come fossero opere d'arte collocati su appendiabiti a vista e molto alti, inaccessibili, lontani ed evanescenti, in ogni caso ben visibili e a portata di mano, ossimorici come sogni.

Abiti da sposa ma diversi.
Scultorei ma dai volumi flessibili, audaci eppure classicamente bianchi o avorio, semplici e allo stesso tempo sofisticatissimi. 

 



Balze e tagli netti perfettamente coordinati in un'architettura dal carattere deciso ed  estremamente femmineo, dolce, delicato e sognante.









































Noi, un gruppetto di tre ragazze in età da marito, li guardavamo basite, perplesse, turbate per le emozioni tumultuose che solo le opere d'arte sanno suscitare; ai nostri occhi non erano abiti da sposa, erano manufatti curiosi che desideravamo scegliere, possedere e indossare. Erano gli abiti di Sarli.
Abbiamo scattato foto voraci per portare via immagini di quei sogni in forma di seta e tulle.

Al centro della sala svettava un abito in posizione privilegiata, il primo Harmony Couture.
Un abito misterioso, estremamente semplice, quasi nudo. 









































Ci giravamo intorno per coglierne i dettagli, le decorazioni erano adagiate sul piano, estranee all'abito, il corpetto e la gonna di un raso luminosissimo avevano un corpo essenziale e chiaro, mentre il retro si caratterizzava per uno spicchio di organza finemente lavorata che interrompeva la semplicità della gonna senza interromperne l'eleganza.
Non è stato amore a prima vista, ma un innamoramento graduale e irreversibile.








































A casa, ho metabolizzato le immagini e i volumi e ricercato notizie su Sarli.
Non posso fare altro che suggerire questa esperienza.

Via Diaz 98, Aversa (Ce)
081 5039572
392 7933000

lunedì 24 dicembre 2012

MARIA CRISPAL_ FUTURE @ Harmony Aversa

Il 21-12-2012 la maison Harmony presenta, negli spazi del suo showroom di Aversa, la performance dell'artista MARIA CRISPAL. Il futuro ricomincia da qui.

Non siamo morti. Mi pare un'osservazione doverosa. Possiamo archiviare per un paio di mesi (o fino a dopo Natale, come preferite) presagi, profezie, premonizioni, sogni di catastrofi e cataclismi, e tornare alle nostre entusiasmanti vitali occupazioni. Se poi proprio vogliamo essere onesti... confessiamoci pure di non averle  mai abbandonate, che in fondo in una morte collettiva non c'è troppo gusto: non c'è competizione, nè tensione, nè pathos.


Una donna in abito da sposa. Candida, spalle tornite, immobile e delicata. Rigida e precisa ma dotata di respiro ed energia, della vita che manca ai mimi. 
E' immobile e, anche se è distante, percepisco il suo respiro. E' sotto i riflettori ma sembra non percepire nessuna sensazione. Non mostra esigenze vitali: non caldo, non freddo, niente fame, niente sete. Così mi appare. (così è? se mi pare?)
Lei respira. Impersonale, parte del mondo, ma indipendente.

Una passerella con manichini, e pochi cenni d'intesa. "Prendete e mangiatene tutti", questo è il mio occhio, offerto in dono a tutti voi. Perché possiate vedere oltre quello che appare, decifrare i codici della banalità e assaporare la vita in maniera concettuale. 

Nel giorno della fine del mondo non c'è tempo per l'ultima cena e poi, si sa, ora vanno di moda aperitivi e buffet. A prescindere dal significato, c'è da dire che prendere dalle sue mani cupcakes o crostini al formaggio non sarebbe stato altrettanto chic.

La donna/sposa/madre/sacerdotessa/venere/dama/speranza/amore è Maria Crispal, che dispensa confetti decorati. Sul confetto il simbolo che la rappresenta: un occhio. 

Voce sensuale, ti fissa negli occhi e ti invita ad avvicinarti: "MA" "NGIA" "MI".
Mi avvio lungo un percorso che in chiesa, ammetto, evito da tempo. Molte le messe alle quali ho dovuto assistere mio malgrado negli ultimi mesi: matrimoni, funerali, matrimoni, funerali e matrimoni. (La varietà potrebbe sconvolgermi). Da un po' di anni evito la confessione e il "rito del corpo", che prima veniva depositato sulla lingua, assicurandosi che l'ostia ci si attaccasse al palato generando principi di soffocamento; e ora, invece, grazie alla fiducia acquisita nel tempo, viene consegnato "chiavi in mano", come un appartamento.

Quando mi avvicino a Maria Crispal, splendida nel suo abito bianco, prendo il suo corpo dalla sua mano e non ho il coraggio di mangiarlo. Lo prendo e lo porto via, per guardarlo meglio, per guardarla negli occhi e capire bene come sia fatta. 
So che si scioglierà a breve, e lo fotografo come fosse un ricordo, bomboniera simbolica.


Un soffio dell'artista manda via i commensali.

Un rito, ed un rituale, che si sintetizzano in pochi attimi. Una performance breve, che in pochi minuti dissemina informazioni, trasmesse in maniera essenziale: sguardi, cenni, sospiri, sillabe, parole chiave.

Esco dalla sala. "Ti è piaciuta?" "non lo so, ci devo pensare".

Ci ho pensato. Molto.
Non c'è altro modo, a mio avviso, per capire se un'espressione artistica di questo tipo sia riuscita o meno. Pensarci e ricordarla dimostrano chiaramente e in maniera direttamente proporzionale, quale sia stato il suo impatto.

Mi esprimerò, quindi, con poche parole, ed essenziali: una splendida performance.


www.mariacrispal.com
www.facebook.com/mariacrispal
www.solstizioproject.com
www.harmonyaversa.com


martedì 18 dicembre 2012

Milano Lifestyle: le dimensioni spazio-temporali di una metropoli

Chi di noi non ha mai visitato almeno una volta nella vita il meraviglioso capoluogo ambrosiano? 


Io l’ho sempre adorato, ma stavolta mi ci sono letteralmente “catapultata” assimilandone subito i noti ritmi frenetici, e al mio ritorno a Napoli mi sono sentita spaesata, come in un’altra dimensione, e sempre più consapevole del divario tra le due città. Appena atterrata,la prima meta è una cena in un accogliente agriturismo dell’abbiatense: menu curato, personale cordiale, ambientazione caratteristica ed ottima compagnia ma attenzione….non c’era tempo per andare a casa a cambiarmi poiché mi trovavo dall’altra parte della città, ergo non sarei mai riuscitia ad arrivare in orario,quindi ho effettuato un pit-stop in un centro commerciale per cambiarmi e darmi una sistemata veloce. Giorno successivo: sveglia (stavolta con la dovuta calma), partenza dalla periferia (molto vicina al bergamasco), metro, destinazione Duomo.

 Giro per negozi, pranzo, suggestivi mercatini di Natale e molto altro ancora, il tutto durante un’abbondante nevicata; il pomeriggio scorre velocemente e realizzo di dover raggiungere i Navigli (sempre in direzione opposta rispetto a casa) per un happy-hour,ma stavolta non mi faccio fregare: metro,casa,doccia e ritorno in centro, sorprendentemente puntualissima come un orologio svizzero all’appuntamento. La sera successiva, dopo un’altra giornata di shopping, si va a ballare in centro, nonostante la ZTL. 

Ovviamente questi sono solo i particolari salienti del mio long week-end,ma sufficienti per esprimere brevemente qualche considerazione: le metropolitane passano con una notevole frequenza fino all’1 di notte circa e, nonostante fosse previsto uno sciopero per la giornata di venerdì, è stato subito revocato a causa della neve per consentire alle persone di spostarsi e (…ma va!) raggiungere con facilità il proprio posto di lavoro, poichè era quasi impossibile guidare. Riguardo la questione ZTL, c’è da dire che il varco è attivo in alcune zone solo fino ad una certa ora, tale da consentire ai giovani di spostarsi facilmente per raggiungere i locali senza essere obbligati a spendere tanti soldi di parcheggio .Bene, fatte queste brevi riflessioni, diciamo quindi che i milanesi non sono così “sclerati” o stressati come a volte può sembrare: avendo grandi distanze da colmare e molti impegni, hanno semplicemente imparato l’arte di ottimizzare i tempi soprattutto grazie al miglioramento dell’efficienza dei servizi pubblici. 
Trovo alquanto ridondante commentare i luoghi comuni quali: “ogni mondo è paese….scippi, rapine, scioperi dei trasporti, etc sono ovunque”. Sarà, ma  personalmente, per me Milano resta sempre il cuore pulsante di moda, movida, tendenze e molto altro ancora. E garantisco che sono molto più stressata a Napoli dove impiego sovente anche un’ora o più per percorrere un tratto di venti minuti.

domenica 9 dicembre 2012

LADS WHO LUNCH @JARMUSCH CLUB

Alla fine del concerto i LADS WHO LUNCH regalano un cd, "quello vecchio". 
"Ragazzi, prendete e ascoltatene tutti. E'un omaggio". Cadeau natalizio veramente ben accetto. "E grazie!"

Un piacere ascoltarli, e quasi scortese rifiutare l'invito goliardico di fine serata del "ci vediamo domani per la partita?"  "la partita no, grazie" (con un grande sorriso ovviamente).



Una bella voce, musicisti bravi, e ragazzi simpatici.

Il Jarmusch sempre un po' fumoso, perché il fumo si riversa dentro anche se tutti si sforzano di uscire per l'ennesima sigaretta post-ennesima birra. Ma se ci sono 0 gradi, c'è poco da fare, noi non siamo abituati.

Il locale pieno, di molti amici che attendono gli amici. Ma credo che non ci sia niente di meglio di un pubblico che aspetta di riabbracciare la band.

Un'atmosfera calda, che forse fa quasi invidia ai grandi palchi.
Applausi, e confidenze, e ricordi di esperienze vissute insieme.

"Stasera suona un amico... che fai vieni? cerca qualcosa tipo... 
"LADS WHO LUNCH". 
"OK, quasi quasi vengo."

Ho tendenzialmente capito che di alcune persone mi posso fidare. Do un'occhiata sul web, e capisco che ne vale la pena.

Mi posiziono in un angolo, e ascolto ed osservo la scena in corrispondenza del batterista, attento e concentrato.

Una bella serata, e un cd che ascolterò con calma e con la giusta attenzione.



Dopo il concerto i discorsi si spostano su colori, pigmenti e argilla, e grandi tele che dovrebbero occupare appartamenti.

Di ascoltare gli artisti, che cantino, suonino o parlino di sé, si sa, vale sempre e comunque la pena!

LADS WHO LUNCH_ SOULS AND COWS
www.ladswholunch.org

domenica 25 novembre 2012

HO VISTO UN POSTO CHE MI PIACE, SI CHIAMA MONDO


Giovedi 15 novembre 2012.


Ci sono amici che non vedi mai, quelli che vedi una o due volte all’anno, e quelli che incontri una volta nella vita. Ci sono amici con i quali condividi delle emozioni che non dimenticherai. Forse alcuni non dovresti nemmeno chiamarli amici, perché in fondo non li conosci affatto. Ma che nome vuoi che prendano quando ti mettono addosso un buonumore che dura per settimane? Non puoi che augurarti di rivederli presto, a prescindere da chi siano.

Una boccata d’aria buona, che arriva mercoledì mattina: 
“ci vieni al concerto di Cremonini?”. “Certo.”

Ok lo ammetto: non sono una fan di Cremonini… mi piacciono i Nine Inch Nails. Ma sono certa che Cesare non si offenderà se ammetto anche di aver passato la serata in piedi su una sedia a cantare le sue canzoni, ballare e scattare foto.



Spesso ci si chiede a che scopo andare al concerto di un musicista che non sia catalogato nella propria collezione di cd (perché si, io li compro ancora i cd), e come sopperire alla inevitabile mancanza di studio in base alla quale “non so le canzoni”. A prescindere dal fatto che assistere al concerto di uno sconosciuto possa essere oltremodo emozionate, c’è da dire che Cesare Cremonini, di sconosciuto, non ha proprio niente.  La sua musica è come il noise ambientale, e non c’è barriera che tenga.

TU CREDI di non conoscere le sue canzoni, metti in conto che potresti anche annoiarti, e pensi che quando gli altri canteranno tu non saprai cosa fare. INVECE NO. TU, LE CANZONI, LE CONOSCI. Si, tu quoque. Le conosci tutte e, se questo non dovesse bastare, quando il tuo cervello si riattiva, scopri che ritornelli che credevi non aver mai sentito escono fuori dalle tue labbra come dal vaso di Pandora, come nei migliori casi di possessione, con la predilezione per la lingua italiana a discapito dell’aramaico antico.



Lo spettacolo è divertente, è colorato: la teoria dei colori, che esplode sul palco e si diffonde dai monitor, attraversa il cuore dei musicisti, diversi e numerosi, e arriva ad un pubblico giovane, spensierato ed entusiasta. Un pubblico un po’ diverso da quello di Reznor & co all’idroscalo di qualche anno fa, in cui tornai a casa, felice, ma con un labbro spaccato a sangue.

Alessandro me l’aveva detto che avrei assistito ad uno spettacolo molto bello. Anche se avrei dovuto fidarmi sulla parola, è stato un vero piacere, dopo aver dubitato, dirgli che aveva ragione!



Ma i miei sorrisi, dicevo, sono cominciati mercoledi, quando Alessandro De Crescenzo mi ha detto che sarebbe arrivato a Napoli, carico dell’entusiasmo che vince sulla stanchezza in un tour, e di nero vestito.  Se una star ti chiama, molli tutto e dedichi il tuo tempo a quegli amici che vedi un paio di volte all’anno, e a quelli che non vedi mai. Alessandro suona la chitarra in giro con artisti del calibro di Cremonini e Tiziano Ferro; se vuole mangiare una pizza con te, chi sei tu per dirgli di no? Un’energia positiva mi ha pervaso istintivamente e mi ha accompagnato in due giorni di risate, di condivisione, e degli sguardi di chi assorbe il mondo quando è in viaggio. Passeggiando per le strade di Napoli con uno “straniero” hai la sensazione che voglia mangiarla, che voglia addentare, oltre che i babà, anche le pareti delle chiese, come fossero di marzapane, e il cielo blu. Una temperatura mite, e una serenità che niente avrebbe potuto turbare.  




Quanto al De Crescenzo come musicista… la sua presenza scenica è indiscussa: la sua sobrietà e la sua bravura parlano da sé. Riesce ad emergere anche dall’ombra più profonda. Alessandro sul palco c’è, e si sente. E’ chiaro, diretto, preciso e pulito. E’ d’impatto ma allo stesso tempo in perfetto equilibrio con gli altri, con la scena, col contesto. Un personaggio di un quadro di Caravaggio, calibrato, nella sua perfezione, in qualità di “miglior attore non protagonista”. Fuori dalla scena, è una persona veramente piacevole e, direbbero le mie amiche, anche piacente!

“Chris Costa, lo dico qui pubblicamente (a quei 4 lettori fissi), è stato un vero piacere conoscerla.”



Chris, che, da quanto io abbia capito, canta e suona qualunque genere di strumento e parla qualunque genere di lingua, è, anche lui, parte integrante dello spettacolo di Cremonini. I suoi capelli tendono a riempire la scena quasi quanto la scenografia ma dimostra, in compenso, un comportamento molto sobrio e compito, almeno sul palco. Tra le confessioni personali, tra un morso e l’altro ad un panino condiviso con curiosità e spirito di ingordigia, risulta che sia cresciuto in una pasticceria. L’impasto con il quale sia stato preparato e concepito il sig. Costa, è senza dubbio quello della star. Un età indefinita la sua: credo che rispecchi, il suo aspetto, esattamente il suo spirito. Capelli da clown fanno da cornice al viso di un ragazzo intelligente, sveglio, e di una simpatia travolgente.

Che fosse un buon musicista e un bravo artista, non l’ho dubitato nemmeno per un secondo. Quando poi ho ascoltato la sua voce e le sue canzoni, sono rimasta veramente incantata, ma questa, è un’altra storia.

Raccontare l’energia positiva di un paio di giorni di “musica” mi pare assolutamente impossibile, come impossibile ripetere le lezioni di napoletano impartite ad un veneto ed un altoatesino con tanto di espressioni volgari e poco consone ad un pubblico “perbene”.


Mi pareva giusto, però, dare a CESARE, quel che è di Cesare! 

mercoledì 24 ottobre 2012

AMIR THALEB A NAPOLI


Le stelle, si sa, brillano di luce propria; ma se poi possono scegliere di risplendere anche di lustrini, strass e paillettes … perché impedirglielo? Poche cose assumono più valore di una scatolina di polvere d’oro nei camerini di uno spettacolo di danza orientale. Non c’è serata in cui non abbia sentito almeno una volta le ragazze chiedersi tra loro: “hai dei brillantini per favore?” Chissà, forse che luccicare faccia sentire più star? Fatto sta che dopo il trucco manca sempre qualcosa: quel tocco di magia che dia nuova luce al kajal, e che si intoni col bagliore più o meno ricercato dei costumi di scena. Polvere di stelle per diventare stelle. E’ chiaro, c’è chi ne ha bisogno, e chi, ovviamente, potrebbe anche farne a meno.


Amir Thaleb sale sul palco allestito in suo onore, nella serata di gala per il suo arrivo trionfale a Napoli, in una tenuta sobria: bianco e argento, appena appena  tempestata  di paillettes. Certo è che lui, dall’alto della sua esperienza, avrebbe potuto presentarsi anche in pigiama, e sono più che sicura che nessuno, anche in quel caso, sarebbe riuscito a sfuggire al fascino ipnotico delle sue perfomances. Pochi gli sguardi straniti, pochi gli spettatori estranei al contesto, ma pochi anche i secondi  che i meno avvezzi impiegano per lasciarsi trasportare dall’energia del maestro.

Decisamente banale, e scontato alquanto, parlare della sua tecnica, della sua interpretazione o della sua presenza scenica; così come dei giri che probabilmente non imparerò mai, della naturalezza nell’essere sensuali, consapevoli, presenti e allo stesso tempo impeccabili. A quei pochi che non sanno di cosa io stia parlando basteranno pochi click, e l’arcano sarà svelato. Quello che non riusciranno a trovare su youtube, invece, è qualcosa di diverso: l’intelligenza particolare di Amir, la sua presenza fuori dalla scena, il suo sorriso gioviale, la sua espressione nel guardare divertito e curioso danzatrici più o meno esperte senza alcuna noia, senza superbia, con gioia e complicità, in un clima di empatia raro e sottile; la disinvoltura con la quale l’ospite d’onore ha condiviso il corridoio con le sue allieve, e il suo modo, discreto, di osservarle, con un rispetto che ho visto raramente negli occhi degli insegnanti. L’attenzione di chi cerca di cogliere e portare con sé un dettaglio, uno spunto, un particolare, malgrado il dietro le quinte di uno spettacolo possa risultare una situazione ormai sintetizzata nel suo DNA. Ma l’importante, si sa, è saper guardare.

Non una parola tra noi. Non avrei saputo cosa dire, e probabilmente non ne ho neanche sentito l’esigenza. Pochi secondi, come sempre, per capire che ciò che caratterizza le persone più dotate, i virtuosi, i geni, gli artisti, quelli veri, non è la presenza scenica, né la bravura sul palco, ma la semplicità con la quale si esprimono quando scendono dal palco.



Loro, quelli che risplendono davvero, la polvere di stelle la usano solo per divertimento o per abbagliare un po’ gli ingenui,  perché la superiorità è talmente autoevidente che forse non avrebbe alcun senso neanche per loro, se non la mettessero a disposizione degli altri.

E noi… ovviamente,  ne siamo ben contenti!

Un ringraziamento particolare ad Halima e Eddy Sham, che hanno organizzato e gestito con grande cura e professionalità la serata di gala del 20 ottobre all'hotel Ramada e le sei ore indimenticabili di lezione con il grande maestro Amir  Thaleb, è veramente doveroso!  



domenica 7 ottobre 2012

LA VERITA' NON TACE








“Lo conosci il tuo lato silenzioso? Lo senti urlare nei tuoi pensieri?”

Per leggere i suoi libri bisogna essere nello “stato mentale” giusto”.  Ci si siede, si fa un respiro profondo, e ci si immerge nel mondo di Crescenzo Sardelli.

Già da qualche giorno provavo ad approcciare le sue poesie, ma solo stamattina, dopo essermi liberata da mille incombenze, più o meno inutili, ho letto finalmente, con calma, tutte le pagine. Ho aperto il libro, l’ho sfogliato, e mi è sembrato che le parole fossero diverse da quelle di qualche giorno fa. Ora, ammesso sempre che non abbiano sostituito le pagine senza che io me accorgessi, è chiaro che l’unica cosa ad essere cambiata sia stata il mio stato d’animo.  

Ben disposta, non lo leggo, lo divoro.

Non è solo una questione di stile, di gusto, o di curiosità. Il punto è un altro: Crescenzo Sardelli esprime se stesso, parlando nel modo semplice in cui avrebbe parlato l’oracolo di Delfi. Se sei sulla giusta lunghezza d’onda, riesci a percepire perfettamente lo stato dell’autore, che è lo stato d’animo di tutti noi, in momenti particolari della nostra vita.

Tutti viviamo dei periodi intensi, tutti ci fermiamo, tutti temiamo lo scorrere del tempo, e tutti sappiamo quando dentro di noi c’è qualcosa che non va. Capire noi stessi, osservarci, e amarci, è un’altra cosa.

Crescenzo parla quando deve, dice le cose che sente, e lo fa senza paura. Ricerca e percepisce il “momento giusto”. Lui desidera scrivere, e lo fa. E questo , è più raro di quanto si possa immaginare. La sua tenacia, il suo impegno e la sua volontà si esprimono in parole e versi semplici, mai vuoti, mai caricati di inutili fronzoli. Il suo messaggio è diretto, per chiunque abbia sfogliato le sue pagine al momento giusto.

I suoi libri, i suoi racconti, i suoi pensieri, mi sono capitati tra le mani più volte. E tra le pagine slegate, numerate a penna, e con le correzioni di sorta, ho sempre trovato qualcosa di magico.

“La verità non tace” è un libro semplice e chiaro per chi abbia voglia di leggero e di guardare dentro un uomo, con lo stesso coraggio con il quale potrebbe guardare dentro se stesso.

La verità è dentro di noi. E la verità… non tace!



http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=719424#.UGgQItd9APw.facebook

mercoledì 26 settembre 2012

La "Vision" di Mariangela Levita per Harmony*

Una domenica settembrina inaspettatamente calda, un brio incosciente e una notevole curiosità ci hanno resi ospiti e ammiratori di Vision*, l'evento tenutosi domenica scorsa per presentare la nuova brand image della boutique Harmony.

Alessandra Borzacchiello, il direttore creativo della boutique, sta imprimendo all'azienda una nuova direzione, audace, sperimentale e in linea con le tendenze internazionali. Direttamente da Parigi, seguendo la scia delle grandi maison di moda, ha proposto un nuovo codice comunicativo, coniugando l'immagine luxury dell'azienda con l'arte contemporanea, democratica e sofisticata.
Nessun ossimoro.

La collaborazione è stata siglata dall'organizzazione sapiente di Rosanna Moretti, che ha interpretato il "new deal" della Borzacchiello realizzando l'incontro artistico tra Harmony e Mariangela Levita, artista riconosciuta, che ha sviluppato la nuova "vision" aziendale esplodendola nel suo artwork.
Una sagoma circolare piena di una texture optical microquadrettata e irregolare in bianco e nero che fa da contorno ad una H centrale colorata.
L'effetto ottico è notevole, il pattern crea movimento, illudendo l'occhio con un movimento che sembra lento ma inevitabile che vede l'acca come baricentro stabile e tuttavia in linea con la fluttuazione generale.








Proiezioni dai tagli decisi, linee e piani che sembravano sovrapporsi ci hanno accolto all'entrée del Palazzo, all'interno un ambiente sofisticato per una presentazione essenziale e selezionatissima.
Dress code black, decisamente comodo e quanto mai adeguato, dj set ed un parterre di giovani artisti, imprenditori, creativi hanno reso la serata piacevole e interessante.


 Entusiasmati dalla sperimentazione e dal coraggio dell'innovazione, attendiamo le nuove iniziative della svolta avanguardista di Harmony boutique.


martedì 25 settembre 2012

THOM YORKE... A CHI L'HA VISTO

Al concerto, "IL CONCERTO", ci sono andati proprio tutti. Io ho deciso di non andarci. Certe volte, nella  vita, bisogna scegliere il male minore. E sono andata al concerto del Planet Funk. Resta nella mia memoria lo schermo nero sul quale allo Sziget Festival di qualche anno fa venivano proiettati i nomi dei musicisti in attesa della loro entrata trionfale. C'era il countdown? Non lo so... forse. I Radiohead proposero uno show da manuale, quello che ogni fan di un festival avrebbe desiderato. Mi sono sempre chiesta se estrapolati da quel contesto sovraffollato e caotico di campeggi, palchi e musica e spettacoli ad ogni ora, avrebbero dato un'immagine meno patinata. Non lo saprò mai. E poichè penso che nessun appassionato Radioheadofilo potrebbe mai essere in grado di approntare una descrizione obiettiva del concerto senza sintetizzarci dentro la propria anima fino al midollo, ho pensato bene di chiedere ad un persona piacevolmente visionaria di suo, che si nutre di musica e libri, di descrivermi le sue emozioni di quella sera, e di rendermi un pò partecipe di quella magia che avevo deciso di lasciar andare. Quando affondi le mani nella sabbia, e poi la lasci scorrere, le mani non saranno mai veramente pulite. Dopo aver affondato il cuore nei  Radiohead ed aver lasciato andare la magia, volevo che qualche granello di Thom Yorke mi rimanesse ancora tra le mani. E quindi, per me, le immagini filtrate dagli occhi, dal cuore e dalla pelle di Alfonso Tramontano Guerritore. Un pò, se volete, anche per voi. Ma tanto è inutile!!!... lo so già che ci siete andati tutti! 


Perchè sei tu Romeo, dal balcone o dal palco, ingannevole come il cuore, rimasto uguale, ai rimbalzi diversi delle videosequenze. Ho dalla mia la prospettiva di chi osserva, e la gente mi sviene intorno e gli spazi si fingono per modo di dire. Sarà l’intuizione che porta ad illudermi. A scegliere ogni volta uno tra gli schermi, portandomi il resto preferito fino a casa, dove io stesso sono un ricordo, sicuro e labile. Un bicchiere bucato. 

Le visioni si riflettono negli effetti. Una glassa di fili e rumori, la coordinazione e la sintesi. Tutto perfetto e mendace. L’idea che si smembra nel modo sublime. L’attesa del piacere che contorce le strutture. I nomi più strani e l’ironia semplice, le condizioni elementari. Note, in fondo. Mentre il moderno scivolo dei tempi disegna dischi che scompaiono e nastri di memoria. E’ solo materia che si perde, storia dei diversi tipi di fruizione. 

Vedo le ossa degli amanti messe in fila. Lo strano odore del petrolio a colazione. E gli esseri marini, tutto intorno, fingendo di conoscere i miei stessi segreti. Ora capisco. La poesia elettronica respira con troppa foga. Prigionieri di una identica finzione, possiamo liberarci tra le maglie delle tasche. Con una identica chiave a forma di cuore.

Stop-go, stop-Go. (sottovoce). Stop.Go. 

Di tutto questo non rimarra che un insieme di suggestioni. Collezioni a caso, ostaggio dei frames, catturate illusioni da cellulari-pistola. Ero io, forse, da qualche parte. O no? 

Qualcuno lo spieghi alla folla. Nessuna registrazione illuminerà le notti in attesa. Sento tra i corpi le brezze e i rimandi di fine estate, come sassi di mare che compongono la strada. Indicazione elementare. Una stella cadente. La voce dei poeti. Vibrazioni sui più ricchi tappeti da volo. Ci viaggeremo sottovento, per non farci sentire dalle belve infette. Loro ci aspetteranno comunque, acquattate nel buio, fino alla fine dei tempi.


guida fantastica al riordino dei pensieri: quello che resta di un concerto romano
Alfonso Tramontano Guerritore

http://lavocedeipesci.blogspot.it/

giovedì 20 settembre 2012

MATADOR_ VITA O MORTE?


Pedro Almodòvar, 1986. Erano le undici di ieri sera, quando mi sono imbattuta in una miriade di film senza senso. Ieri, che non passavo la notte fissando la pagina statica di facebook, mi è sembrato che improvvisamente la televisione trasmettesse una miriade di cose. Una scelta tra generi vari che mi ha quasi turbato. Mi sono appassionata, ovviamente, a quello che sospettavo essere il film più drammatico. Certo, per poterlo dire con precisione dovrei guardare tutti gli altri, e questo non succederà. Il suicidio nel pulmino di “Non aprite quella porta” mi era già bastato quando ho cominciato a fissare le espressioni stordite e sconvolte di un Banderas ventenne. 

Scelgo “Matador”, e decido di fidarmi di un regista che mi ha deluso in poche occasioni. Un’ambientazione anni ‘80 di quelle violente, con vestiti e trucchi e capelli che non lasciano alcun dubbio. Del resto, è risaputo, che dagli anni ’80… non si esce vivi! Una miriade di colori, che fa da sfondo a poche scene toccanti. Personaggi severi e decisi, che gestiscono con una tranquillità disarmante la loro follia. Ossessionati dalla morte, come componente indispensabile della loro vita, fanno della tauromachia la propria arte, la propria guida, la propria linfa. Segnati dalle storie individuali e dagli istinti più macabri e passionali, si incontrano, si riconoscono, e non possono fare altro che amarsi. 


"Tú y yo nos parecemos, a los dos nos obsesiona la muerte". 

Sguardi profondi negli occhi scuri degli uomini e in quelli delle donne, incorniciati da quel nero sottile che rendeva enormi e bellissimi gli occhi di Mina, di Monica Vitti o della Callas, e che mi incanto a guardare ogni volta come se volessi assorbire dallo schermo quella precisione maniacale e indispensabile che si usa per dipingere a mano i visi delle bambole. Parole fredde e violente vengono pronunciate con dolcezza e sensualità.  Cappe, da toreri, e spade,  e rose rosse. Il contesto è straniante, e l’eclissi di sole aggiunge ombra alle ombre. Buio, luce, verità, menzogne, passione, dolore, amore, morte, e vita. Cosa ne pensi? “ Ti piacerebbe vedermi morire?”



giovedì 13 settembre 2012

Catapultato in un sogno

ATTENZIONE: quella che segue è la semplice e personale recensione di un film, “Midnight in Paris”. Quindi se non avete ancora visto il suddetto film e intendete vederlo, non continuate a leggere questo articolo, altrimenti ve lo bruciate! 

 “Flavio..ma tu l'hai visto midnight in paris??? Se non l'hai fatto rimedia quanto prima..t'innamorerai!” “No, non l'ho ancora visto. Me lo consigli?” “ABSOLUTELY. Il prima possibile!” 

Se una carissima amica ti scrive una cosa del genere, c’è da seguire il consiglio senza starci troppo a pensare su. Durante le vacanze estive, finalmente, mi è capitata l’occasione giusta per colmare questa lacuna. Certi amici riescono sempre a sorprenderti, a prenderti per mano e a portarti proprio dove volevi, a farti pensare con un pizzico di commozione “mi conosce alla perfezione!”. E’ una sensazione che tutti dovrebbero provare nella vita. E questa è stata una di quelle volte.  



Scorrevano le immagini del film, i dialoghi, e io ero come in estasi. Che dire, Gil ha vissuto il sogno di una vita. Chi è Gil? Giusto, un minimo di trama ci vuole...

giovedì 6 settembre 2012

UN-HABITAT needs your support: WUF!!


“Che fai oggi? Mangiamo qualcosa e poi andiamo al WUF?” “Addò??!! Al WUF?! E che è??!” “una mostra sull’architettura del futuro… madonna, e sei anche architetto…” “E vabbè dai, io che ne so… ho appena messo piede nella civiltà, e ancora, se non mi concentro, rischio di uscire di casa in costume da bagno. Ok dai, vengo, e vediamo che è sto WUF. (Trattasi di World Urban Forum). Occhi dolci per entrare il giorno prima dell’apertura ufficiale. Che non lo sapessimo prima, che l’accesso fosse per  “i più interessati”, mi pare più che scontato. Ma il mestiere, a quanto pare, è dalla nostra: “che fai nella vita?” “l’architetto” “ok, puoi entrare!” “ah grazie!” “mi dai un documento?” “certo” “ok… ma tu nella vita fai veramente l’architetto??” “ si guarda, c’è scritto anche sulla carta d’identità” “ah…si…è vero…ma io non avevo guardato sul documento, ti avrei fatto entrare ugualmente!” “ahahahahahahah! Grazie!” “e buona visita!” e dopo aver sorriso e sbattutto le ciglia, si entra.

lunedì 30 luglio 2012

#50sfumaturedigrigio _#50sexyshades !

Finalmente mi sono abbandonata al caso editoriale dell'estate "Cinquanta sfumature di grigio", e devo subito dire che mi è piaciuto!
Dovrei forse vergognarmi per questo?
Ne ho lette di tutti i colori e per fortuna solo dopo aver iniziato a divorare voracemente il libro, e non nella fase di approccio guardingo a questo best seller che viene presentato come apoteosi del porno moderno e dello scandalo.


La bellezza di un libro indubbiamente è decretata da paramentri oggettivi quali il linguaggio, l'articolazione della trama, ma altrettanto indubbiamente incidono sul giudizio, il gusto personale e lo stato d'animo del lettore che si appresta a tuffarsi nell'universo parallelo e sempre magnifico del libro stesso. E così senza portarla troppo per le lunghe dichiaro pubblicamente che si, mi è piaciuto.
E' bene chiarire che non parliamo di Cime Tempestose nè di I promessi sposi, a mio parere è un libro scritto discretamente che si fa leggere e appassiona. Il porno è inesistente, a meno che  indugiare su scene di sesso, piacere e sensazioni che fanno vibrare il corpo e l'anima non sia diventato "porno".

Sono stata particolarmente colpita dall'oscurità di Christian Grey, il protagonista,  un mondo di tenebra non dichiarato che ho saputo colmare con le mie oscurità, che mi hanno legato saldamente a lui più che ad Anastasia, l'altra protagonosta. Tutta la polemica sulle pratiche sadomaso è insussistente, in quanto l'elemento pur centrale nel libro, non vive di vita autonoma, è semplicemnete un mezzo, uno strumento per combattere un dolore profondo, una distorsione/perversione di una crescita turbata, tormentata e dolorosa.



Le persone perfette certamente esistono, ma sono una piccolissima percentuale, la maggior parte sono persone che nascondono piccoli e grandi problemi, che alimentano il lato oscuro presente, emerso o sommerso manifestandolo attraverso un'ossessiva smania di potere, depressione, diversivi e pratiche complesse e chi come Christian lo affronta con frustini, bondage e stanza delle torture.
Non giustifico nè simpatizzo per queste pratiche "audaci" e sono bel lontana dal tollerarle perchè mi sono infatuata dell'eroe turbato del libro dell'estate, ma non tollero polemiche inutili su sedicenti pericoli per le donne indotti dalla lettura del best seller, dall'immagine della donna calpestata dallo status di "sottomessa" esplicitato nel libro, o da altre disquisizioni fini a sè stesse che generano una sola domanda...ma che libro avete letto? 
Probabilmente non Cinquanta sfumature di grigio!
 

lunedì 4 giugno 2012

Riccardo Ceres. Salotto 22/ Club Etnie.


Salotto 22, Caserta, via Mazzocchi. In pieno centro un salotto in vetrina nel quale il sig. Ceres si esibisce con, al suo fianco, il compare Fabio Tommasone. Il piano mi accoglie in salotto, scena ottocentesca di intrattenimento pomeridiano. Non c’è una giovane fanciulla al piano, per fortuna, e l’atmosfera è cupa, come piace a me. Luci soffuse, e nero predominante. È la seconda volta che mi imbatto nel “diluvio” casertano/ceresiano, e percepisco una profonda differenza tra i due tipi di pioggia: torrenziale quella al club Etnie di Marcianise del 28 gennaio, più leggera ed estiva quella del 27 maggio a Caserta.

In pieno inverno il club Etnie, pareti rosse e luci basse, accoglie il diluvio con ombrelli rovesciati appesi al soffitto, e si prepara allo scroscio con molta attenzione. Alcuni sono amici, altri conoscenti, altri come me non hanno la più pallida idea di chi sia Riccardo Ceres. Mi dicono, e io ci capisco ben poco, che sia uno che ha a che fare con la mozzarella. Mi fido. In fondo la mozzarella, da queste parti, è roba buona!!

Il sig. Ceres, a me piace chiamarlo così, è un uomo molto alto, nero dentro, e di grande presenza scenica. Sale sul palco, e lo spazio è già suo. Poi comincia a cantare, o parlare, o ad emettere un suono qualunque, e tutto si ferma. I soliti paragoni mi sembrano inutili … la sua voce si avvicina, un po’, a quella di un po’ di artisti..  “ma a me che me ne importa?” Il concerto funziona, e quando un concerto funziona tutto è azzerato. Rimane la musica, e i paragoni sono solo astrazioni superflue.

Salotto 22_ Caserta

Basta il soundcheck, da Etnie, per fermare la sala. “Quando piove diluvia”, detto per dire, per provare il microfono, ed è magia. “Ma chi è chist?? Azz!!” (“ma chi è custui?? Perbacco!”). ll pubblico è presente, o forse non può fare altrimenti. Non è attento, e probabilmente non lo sono neanche io, che non conosco una canzone, e non capisco tutti i testi. C’è confusione, ma è una confusione di quelle in cui mi piace stare, contenta di aver accettato l’appuntamento al buio con un artista particolare e “violento”. Il carisma è palpabile, la voce è potente, e l’aria è densa. Quasi mi stupisco che sul palco ci siano solo due persone, e questa è la dimostrazione della loro bravura.

Sottile, spigoloso, acuto. Riccardo Ceres è intelligente e conosce la lingua italiana. Me ne accorgo anche se non riesco a capire tutto quello che dice. Ma sento che le parole gli piacciono, e sa usarle. Ahimè, triste ammettere che sia cosa veramente rara! Un attore, più che un cantante, che scandisce, e assapora, e intervalla le sue parole con una consapevolezza disarmante. Non confondere, non appiattire, non urlare, non biascicare, non è da tutti.


L’atmosfera di maggio è più rilassata, e le canzoni che ormai ho ascoltato un po’ di volte si intervallano con mazurche e racconti sui nonni. Sulle radici che non si perdono mai, e che sono ostentate con cura e rispetto. Un tango, un pranzo in famiglia, un bicchiere di whiskey, anche se il vino sarebbe più appropriato, e versioni più dolci. Non si può essere sempre incazzati, o comunque non si può essere incazzati sempre nello stesso modo!!

martedì 22 maggio 2012

YolanCris e le sue “7 promises"


Tutto inizia con un like, una mail ed un invito.



La squadra è convocata, destinazione "Barcelona Bridal Week"!
Siamo state selezionate per il fashion show di Yolan Cris
Estasi e godimento iniziali poi la consapevolezza che in quei giorni Manuela sarà a NY, così stizza, tanta. Come al solito sempre tutto insieme! 

Attendiamo i report ufficiali e i video della sfilata, che avremmo dovuto vedere dal vivo, per raccontarvi le nostre emozioni come se fossimo state lì.


Ho inziato quest'anno con la promessa solenne di bandire dal mio vocabolario una serie di vocaboli inflazionatissimi, e tra questi "eclettico", ma più guardo la sfilata e più non riesco ad uscire dall'entusiasmo di un eclettismo variopinto e brioso.

Abiti da sposa che divertono e incantano, abiti per “7 promises” , sette donne, sette filosofie di vita, diverse inconciliabili, meravigliose e tutte sognanti.

Donne evanescenti e senza tempo, Heavenly Sisters, la prima categoria femminea che apre la passerella, fatta di pizzi importanti, gioielli appariscenti e femminilità allo stato puro, grossi drappeggi e spalle ben definite, donne senza tempo che sfilano sulle note di una musica lontana e magnetica.




Irriverenti e beat le spose della linea Iconic, it girls anni 60, che saltellano divertite e provocatorie sfoggiando corti abiti esagonali, e proclamando tutta la ribellione della generazione pur rimanendo in avorio.




Tutt'a un tratto la musica cambia, disco dance e ragazze che si impongono in passerella quasi fossero delle rock star, inconfondibili, sono le spose della line Ibiza. Accostamenti audaci e compositi, stile da drag queen sofisticata che tanto rimanda a Gloria Gaynor o Whitney Houston degli anni migliori,. Una sposa che sfoggia senza paura pantaloni in raso e pizzo, drappeggi vittoriani accostati a tulle e strascichi ricchi di balze, c'è anche una gipsy sposa, con tanto di foulard e maxi gonna, sofisticata, provocatoria e bellissima.




La vediamo da lontano, viene dagli anni venti, sventola un ventaglio pieghevole ed ha una bellissima fascia swarovski nei capelli , è Mademoioselle Vintage. Tanta luce e tanti accessori per questa diva d'altri tempi, post bellica e delicata, dal punto vita poco sottolineato ma longilinea e di gran classe. Frange guanti e coroncine completano look perfetti, che sembrano tratti da un film in bianco e nero e ci fanno sospirare.




La musica continua a cambiare, virando verso la modernità e gli eccessi, dalle linee essenziali, raso e seta, ai drappeggi e le balze ostinate. Pizzo e tulle oltre ogni limite.
Silhouette mai volgari, anche negli eccessi sempre perfettamente bilanciate, spose con gli occhiali e e i collant deco, è la promessa della Chelsea Girl ispirata a Jim Morrison, Janis Joplin and Leonard Cohen.



Opera Prima, presenta la promessa innovativa, fatta di abiti eleganti ma semplici , spinti dall'idea di utilizzarli, abiti basici, skinny e giacche che abbattono l'idea del matrimonio sofisticato e inaugurano una semplicità regale.

Chiude il defilè una carrellata di abiti da sogno, l'haute couture di yolan cris, abiti per vere dive, gioielli sartoriali sofisticatissimi. Tulle impercettibile sulle braccia dove si posano fiori e ricami come se fossero modellati sulla pelle, trasparenze eleganti e ricami preziosi a coprire i punti più nascosti della femminilità.



Spose che affermano carattere e non rinunciano ai loro desideri, al rock e al vintage e diventano protagoniste del loro giorno più importante.

Nella testa scelte musicali ineccepibili, negli occhi luce e scintillii, che sfiorano inevitabilmente la sensibilità della maggior parte delle donne affezionate all'idea del matrimonio , nelle mani la voglia di diffondere il genio di questi artisti straordinari.



Non mi sto sposando, nè lo farò a breve ma devo ammettere che ho desiderato ardentemente diversi abiti di questa collezione.

Il video della sfilata:
YolanCris 2013 fashion show / Part1
YolanCris 2013 fashion show / Part2

domenica 20 maggio 2012

NY SHOES


Ci sono due posti nel mondo in cui ho visto pareti di scarpe. Del primo vorrei evitare di parlare, perché è veramente troppo triste. Il secondo, invece,  è il CONVERSE Soho Store di New York, tra Prince street e Broadway. E questo invece, non è triste per niente! La cortesia standard che ho trovato in tutti i negozi della mela è assolutamente diffusa anche qui. Ragazzi gentili, sorridenti e disponibili, ti aiutano a frugare tra le taglie, tra i milioni di scatole di scarpe, e a decifrare i numeri in tutte le lingue.

Certo, le speculazioni sui prezzi delle magliette, dei jeans e delle scarpe, sarebbero un ottimo argomento da trattare, oltre che un buon metodo di valutazione per capire se fare incetta o meno all’estero. Chiaro che io, da italiana, avessi messo lo shopping all’ultimo posto nella lista delle cose da fare lì.  (Questo ovviamente, fino a prima di trovarmi sulla quinta strada l’ultimo giorno a sperperare tutti i miei averi… ma questa è un’altra storia!!)
Secondo i miei calcoli, approssimativi, i vestiti ,in generale, mi pare costino un po’ meno, mentre le scarpe più o meno come qui. La tragedia più grande però, è stata scoprire che nemmeno dall’altra parte del mondo sono più reperibili le converse a stivaletto che indossavo quando avevo dodici anni. Depressa, ho dovuto accettare l’idea che ny non sia un contenitore di tutto lo scibile dell’universo, e nemmeno un posto magico nel mondo in cui potersi procurare ogni cosa! Però… che peccato!! Depressa, esco di li con una maglietta e con un paio di ballerine, le prima che mi siano entrate nella mia mia vita.

Tornata a casa, la prospettiva completamente stravolta, devo sopravvivere all’impatto con la realtà.E mi sento contenta, in fondo, guardando le mie scarpette rosse al sole! 



 Si… certo… sono  solo scarpe.. bla bla bla… ma le donne sanno quanta soddisfazione possano dare!!!




mercoledì 16 maggio 2012

Tu vuo’ fa’ l’americano!!!Starbucks a Napoli?


Starbucks in Italia. Anche a Napoli. Perdonate l’apertura nuda e cruda, ma serve per riagganciare il discorso qualche riga più in basso…

Stiamo inesorabilmente diventando un popolo di esterofili, noi italiani, per certe cose. Medaglia d’oro nel reputare l’erba del vicino un po’ più verde della nostra. Da un po’ anni a questa parte sta scemando, soprattutto nel modo di vivere delle ultime generazione, l’ideale collettivo dell’italians do it better, famoso slogan lanciato tramite t-shirt da Madonna negli anni ’90 (e non mi riferisco, come la cara signora Ciccone, al solo sesso).



Si, è vero, questa temporanea diminuzione dell’orgoglio nazionale può essere dovuto alla nascita fisiologica di validi concorrenti stranieri, o all’altrettanto fisiologica mancanza di ricambio generazionale in diversi ambiti, dal cinema (dove con maestri del neoralismo e della commedia all’italiana quali Fellini, Monicelli, Risi, De Sica abbiamo creato modelli imitativi ineguagliati e che facevano incetta di premi Oscar), alla moda (con le centenarie produzioni di Gucci, di Prada, o quelle un po’ più recenti di Valentino), fino all’industria (il mito Ferrari non ha bisogno di descrizione alcuna). Tuttavia, c’è una cosa che è da sempre sinonimo di made in italy, un’eccellenza inarrivabile, un vanto per la nostra nazione e che a causa di un certo andazzo si vede minacciata: LA BUONA TAVOLA! Sfide impensabili fino a qualche anno fa: kebab vs pizza, hamburger vs pasta, cupcake e muffin vs tiramisù e sfogliata. Fino alla sfide delle sfide: caffè napoletano vs caffè (?!) americano!
Una cosa che sa tanto di sacrilegio! Ed ecco che mi riaggancio all’apertura nuda e cruda: Starbucks in Italia. Anche a Napoli.



A Napoli, la patria mondiale del caffè, la capitale universale della tazzina d’espresso. La terra di gente che decenni fa partiva alla volta del nuovo mondo per esportare, con successo planetario, il proprio prelibato marchio di fabbrica, la pizza, e che negli ultimi anni ha visto uno sbocciare improvviso di kebabbari, ora si vedrà stuprare culturalmente anche da quegli orribili bicchieroni che tutto potranno contenere tranne che qualcosa di pur solo lontanamente paragonabile al caffè vero e proprio.



Un paio d’anni fa lessi un articolo in cui si raccontava l’incredibile anomalia napoletana: una delle poche città dove un McDonald’s aveva dovuto chiudere! Era palese il motivo: pizza, crocchè, panzerotti e zeppolelle avevano messo K.O. hamburger, cheeseburger e simili. Chissà, magari anche stavolta succederà un altro piccolo miracolo, magari la piccola tazzina-Davide avrà la meglio sul frappuccino-Golia.


Dopotutto, come si dice: il napoletano si fa secco, ma non muore….